mi riconosco,
mi riconosco quando inizio a fare le domande giuste, è come un formicolio, un cambio di vibrazione. aiuto il mio interlocutore ad inanellare il racconto, lo gratifico: mi fingo sorpresa e interessata. una vocina mi dice: ecco, sei entrata in modalità intervista, respira, rilassati e goditela.
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sarei una buona cronista? mah forse ho solo imparato a pensare la domada successiva anzichè ad ascoltare quello che mi stanno dicendo, come sosteneva un mio vecchio fidanzato.
esorto e restituisco fiducia con quel distacco junghiano che consente d’essere sempre dalla parte del giusto. mai troppo coinvolta.
eppure mia cara hannibal lecter, saprebbe rivolgere questa potente lente di ingrandimento verso se stessa? e al contempo essere adeguatamente strategica, prendersi cura si potrebbe dire, di se stessa?
in realtà mi ritrovo sempre un po’ a fare le stesse domande: perché sei qui? cosa ti spinge a rimanere?
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oggi mi hanno chiamata gli sbirri. erano anni che nn succedeva. sono qui, sono su questa terra infame e ancora ho un tuffo al cuore quando si palesa per quello che è. clerico fascista.
che sia un vigile urbano o un agente della digos, il cane da guardia, il pastore da linciaggio lo riconosci dall’odore.
Amore, amore, e molto più amore.
e allora rilassati, entra in modalità intervista e immagina la domanda successiva.
bastano pochi giorni e 4 mosse ben azzeccate per diventare fastidiosamente visibili. Non importa che tu sia in un anfratto remoto della bassa padana o in viale porpora. Sorridi, ti stanno guardando (-: sei nel tuo fottuto acquario preferito, dolcezza.
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Non sono più il tipo da show up, non sono il tipo da vita mondana. Mi piace scivolare sulla tapezzeria, fare la gatta di marmo e sapere sempre quando è l’ora di andarsene. Per quanto l’abbia indossato con dignità, l’abito pubblico lo trovo ingombrante, soprattutto se l’occasione non è dichiaratamente formale.
Perciò finisce che se mi ci trovo incastrata, come a cena sta sera, per di più zozza e con l’occhio infossato, il giro di sorrisi e interviste rimane l’unica via di fuga. Anche perché altrimenti la domanda potrebbero farla a te: perchè sei qui? cosa ti spinge a tornare?
non se ne sà un cazzo, ecco tutto.
Vorrei saperci altrove, e magari, possibilmente, ma senza fare troppo la zia: felici.
Mi è difficile accettare la parzialità di ognuna delle nostre vite. Faccio fatica ad ammette ogni singola nota stonata delle nostre esistenze.
Eppure, questo paese è anche la nostra casa. accettare che sia una stamberga fra le peggio beh.. è piuttosto imbarazzante. Un po’ come quando da piccola mi vergognavo di vivere in una casa chiassosa e strana, con tante persone che no, non sono miei parenti. Eppure la mia famiglia ho imparato ad amarla, imparerò ad amare anche questo paese?
…
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thnx to: deviantArt, moebius, nuT

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